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a Tortona dal 02-09-18 al 16-09-18 :

 Demeter

 16 dipinti sulla goletta che porta Dracula e cinquanta casse di terra a Londra

11Dreams Art Gallery, Via Rinarolo, 11/c, Tortona, (Alessandria) [vai alla mappa]

Ingresso libero

Tempo di Demeter,

sulla copertina, morbida e plastificata, di Dracula di Bram Stoker in edizione integrale della Newton, Grandi Tascabili Economici, Lire 3900, domenica 25 febbraio, ore 16.45, nevischio con vento, dicono siberiano, in accentuazione nei prossimi giorni, bollettino meteo, nautico: Tempo di Demeter.

Il sottotitolo recita "La storia del vampiro più famoso di tutti i tempi", a cura di Paola Faini, introduzione di Riccardo Reim.

Della copertina: c'è la riproduzione, di un dipinto, di dimensioni quadrate tirate in altezza il doppio del necessario, medie dimensioni, forse piccole, perché piccola è la riproduzione. Il dipinto su tela cui l'immagine si riferisce non è in un formato quadrato, ma le misure hanno un tre e tre volte quattro. La luna contemplata si trova nell'angolo superiore destro del quarto inferiore sinistro della tela di lino. Un quadro che cominciò a guardarmi con un invito al dialogo feroce, a scrutarmi tra foschia, penombra e fogliame, in ogni caso, pensavo, congetturavo, non speravo ma virriniavu, con interesse, in quella radicale ambientazione di una sera volta in notte fatta di terra e di forza della terra, undici lustri or sono ? ho sempre affiancato a questa unità di misura la luna, perché non il dito, ma la mano, indica, coprendola, quella luce danzante, instabile e tripla ?, mezzo secolo e un decimo di mezzo secolo; non ne è l'etimo, ma si scherzava sul mio cognome centenario latino; molto più interessante e meno scherzoso condurlo, ancorché nell'etimologia errata, nel rutilante significato di secolarizzazione, appropriazione, parola che a certa gente punge sui grassocci fianchi. Ahi! Vi fa male? Avevo un conto aperto con il sole al tramonto nei pressi, o davanti: al di là di un cimitero. I miei occhi avevano aperto il conto e la sfida; il sole era lontano, non immaginavo quanto.

Lo copiai, "La luna e compagnia", quel luogo conteso da alberi ribelli e alberi acquiescenti, con la vittoria personale dei primi sui remissivi secondi, all'età di undici o dodici anni, a tempera su tavola di compensato, di dimensioni inferiori, stavolta perfettamente quadrate, rispetto all'originale, traendolo da una delle "maravigliose " pagine ? beige, così come le ricordo oggi ? dell'enciclopedia in volumi con la copertina rossa cartonata che per nome aveva un termine circonfuso di illuminanti scintille: Conoscere.

A quel tempo, quindi, pagine piene di meraviglie, ma se mi capitasse ? non ho il desiderio e neppure il bisogno ? di sfogliarle adesso, sicuramente le troverei in gran parte viziate dalla mentalità che ben conosciamo; la potenza del verbo, però, è rimasta immutata, invariata, inalterata, inattaccabile al variare di epoche, avvenimenti, uccisioni di massa e illuminismi di frontiera. Conoscere è volontà di potenza, verbo nemico primo di chi la conoscenza da duemila anni continua a condannarla a morte, sostituendola con la stitica fantasia retriva e rauca catarrosa, avvalendosi di pezze d'appoggio quali superficiali ed elementari favole e comportamenti conseguenti la cui menzognera teatralità di cerimoniali ripetizioni in venti secoli non è cambiata di una virgola, basando tutto su una supposta, innaturale, non dimostrata, mai dimostrabile resurrezione.

Apparteneva ad una mia lontana cugina, il volume che ora invoglia il richiamo alla memoria, ma questa, si sa, col tempo si frantuma, o si slava, si annacqua, a volte s'inchioda senza smettere di chiedere quale e perché, sicché non ricordo se quel cremisi era di pelle finta o tela incollata, al tatto lo vedo liscio, ma sarà così nella memoria? Sarà stato così tra le mie imberbi mani e terrose unghie di cinquantacinque anni fa? Negli archi a tutto sesto (vi vedo) che mai e poi mai immagino impolverati della memoria? Così pure a lei appartenevano gli altri volumi dell'intera collana. Intera? Forse. Sì, archi a tutto sesto, e acquedotti, fuoco tra gli archi. Fuoco tra gli archi! ? Fuoco! fuoco sugli archi! ?.

Questa mia parente, di cocchi annu chiù granni di mia, abitava in una casa nella quale si accedeva attraversando una stretta porta divisa in due, di legno pieno la parte inferiore e fino all'altezza di una ottantina di centimetri, con vetro in un telaio di legno la restante superiore, più alta della precedente e di solito aperta ? spalancata ?, cosa che permetteva anche da fuori l'apertura dell'altra chiusa con un chiavistello interno; si aveva così accesso ad una strettissima cucina, una cucina-corridoio, le altre stanze erano poi distribuite su più livelli a partire dal piano terra, ed è sul tavolo stretto di quell'angusta ma non soffocante zona cottura-lettura che mi vedo a sfogliare il contenuto di quell'impagabile lemma e verbo che era, è, sarà "conoscere". "In principio fu la conoscenza", avrebbe avuto la sufficienza e altro ancora, senza mortifere punizioni e incarognite complicazioni. La conoscenza è in divenire, e saltella in tutte le direzioni; un fa chi satari, sarebbe stata quindi la morte di chi si fosse arrogato il merito di averla creata, di cu l'avissi ammintata (i congiuntivi siciliani).

Conoscere: Ok, e tutto ebbe inizio. Gli odiatori della conoscenza. La conoscenza dei bambolotti senza ombelico. La conoscenza proibita da un vendicativo vecchio. Che fantasie malsane! L'impiccagione di ragione, logica, fantasia costruttiva e immaginazione metodica.

Mezzo secolo fa, nei paesi della Sicilia, gli spazi interni delle abitazioni, in taluni casi ridotti, davano direttamente sulla strada, molte di queste erano ancora acciottolate, e d'estate ? lì dura di più che da solstizio a equinozio ? il tratto di via sul quale si affacciava l'abitazione diventava un prolungamento degli ambienti domestici di giorno utilizzati, un salotto en plein air, perciò mai si aveva la sensazione di stare in posti ? benché non di grandi dimensioni ? dove la possibilità di movimento fosse limitata e l'aria mancasse; il vento, poi, assai frequente, e la circolazione in corrente tra gli infissi socchiusi, contribuivano ad una libertà di respiro che i muri spessi del piano terra mantenevano accettabilmente fresco. Gli architetti venuti dal nord hanno cercato, in loco, di scimmiottare, senza comprenderne il senso ? scortati anche dalla orrenda loro visione ideologica della cosa (altrui) di tutti ? l'uso che della strada veniva fatto, fabbricando quegli orrori-spazi-comuni-collettivi dalle loro menti impreparate progettati. Il collegamento a distanza orrenda-orrori è voluto.

Una grossa matita, simile alle rosso-blu di scuola, nei colori azzurro acqua e bianco schiuma, in una bottiglia tappata con sughero e affidata alle onde. "Io scrivo con l'acqua del mare", pronunciai queste parole alla luce di una candela davanti ad una linotype. Ecco, la matita bianca e azzurra affinché il pallido colore del mare e dell'acqua, dimenandosi, dica no al cielo.

Sono foglie secche, non macchie in luce radente.

La conoscenza. Oggi ho in mente la Dama del Pollaiolo, il Ritratto di Dama ? tratto più, tratto meno ?; dalle pagine già allora giallognole di carta spugnosa alla doppia o tripla silhouette del Poldi Pezzoli è ben ampio il salto in lungo e in passo ? tratto più, tratto meno. Capitolare. Impersonale sagoma ritagliata, una delle figure ubriache e statiche, e quell'invasione disturbante in via Manzoni ? il letterato: cos'è mai il Bel Paese! Lo scultore che da ateo non ha fatto altro che occuparsi di papi e cardinali, e l'artista del caolino, corpi d'aria ed escrementi ?, tra marchio, stendardo, armigera scenografia, tra lamierino e clonazione, sdoppiamento e moltiplicazione. Disturbante ora ritengo non la contiguità nella visione da fotografica a reale, ma ciò che, ritenuto di rilievo, al contesto chiedeva di essere tale e per di più sottoposto; e ancora, periferico intorno che dovrebbe abbracciare il vuoto anziché timpani e guglie. Illimite e storno. Perché in modo così impersonale? Non mi aspettavo che mi dicesse così la bella insegnante all'arrivo per posta del catalogo-invito di una delle mie prime personali. Ma nella pittura di quegli anni non c'era posto o spazio che dir si voglia per galanteria e bon ton, come in questo caotico intreccio di rimandi, qui grammaticali con deviazioni strategiche e granfie sintattiche. Divertitevi. Avanti, i riguardevoli cosiddetti autonominatisi specialisti, volendo parlare di arte in genere, potrebbero scrivere posto a sedere e spazio anziché spazio e luce, la luce è ciò per cui si sta seduti se c'è spazio.

Nietzsche, artista e filosofo. Il resto, tranne rare eccezioni, è noiosa, lapidea marmaglia, dell'uno e dell'altro ramo; ah, quel terribile incipit vegetal-lacustre-sponsale-italiano! Scolastico, obbligatorio, punitivo, cupo, rassegnato, succubo, succubà, succubé.

"La fede è credere in cose che sappiamo non vere", Twain, lo scolaro, Stoker, Van Helsing, Herzog, Lucy-Mina-Adjani.

La disegnai, la Dama di profilo, la Gentildonna dei fascicoli di qualche anno a seguire, su tela non intelaiata, cotone con uno strato di cementite, senza mai completare il disegno col colore, in grandezza naturale rispetto non alla riproduzione ma al dipinto originale che ovviamente non avevo davanti. Il profilo di donna col naso all'insù mi viene in mente, quindi, e, appunto, Friedrich, Un uomo e una donna davanti alla luna, di Caspar Friedrich. Preferisco l'osservazione alla contemplazione.

Pollaiolo, Antonio, scultore e pittore; mentre monumentale era la donna ritratta, nulla di imbattibile avevano l'Ercole e Anteo, piuttosto mingherlini e cozzavano con l'idea che i film mitologici di allora davano di eroi, dèi, semidèi, titani, giganti e guerrieri greci. La tempera tratta dall'olio di Friedrich l'ho ritrovata un paio di anni fa, dopo averla periodicamente cercata per alcuni decenni senza mai riuscire ad individuare il luogo, la tana, il nascondiglio nel quale potesse essere così magnificamente celata alla mia vista. Sembrava sparita nel nulla; mi chiedevo, difatti, a volte, se ancora esisteva o, per un motivo o per l'altro, per sbaglio, pi sbarazzari, fosse stata gettata via, o cancellata, o distrutta. Eppure ? a saperlo ? era tenuta in serbo assai bene da un mobile vetrina, custode della quantità di luce che non ricordavo così chiara e diurna, scelta, quella del tono, certamente intenzionale; la lunga permanenza al buio ha fatto sì che il colore del supporto legnoso non si sia inscurito o sia di poco cambiato, questo ha contribuito a mantenere l'aspetto iniziale delle tinte. Alcuni pigmenti vengono modificati dalla luce, anche dalle mescolanze per reazioni dovute ad incompatibilità tra i componenti, succede alla terra d'ombra naturale, mentre non pare, è bensì certo, è cosa giusta, che le terre calcinate abbiano una stabilità maggiore, di sicuro possiedono un calore che le altre non hanno, dovuto all'azione del fuoco, dell'elevata temperatura che le ha fatte diventare quelle che sono: come si diventa ciò che si è ? "Hai la terra bruciata attorno a te" ?. Siamo in due a parlare, chi questo mi dice e io che lo ripeto.

Perché avevo dunque mutato quella sera che sa di notte in giorno? Domanda. Domanda? Ma no, non è che sia così importante e muoia per una mancata risposta. La qualità non è elevata, ma il dipinto per me aveva significato tanto, e di quel tanto, sia al ritrovamento, sia tuttora, riesco a ricordare solo un alone sfumato, una minima parte, mi sembra di acchiapparlo ma poi continuamente si sposta e sfugge, si spegne. Qui sta il fuoco.

Questo scaffale, nella parte sottostante chiuso da tre coppie di ante di legno e sopra da altrettante ante, più alte delle inferiori, che con vetri coprivano due file di ripiani orizzontali, dopo la chiusura del negozio era stato sistemato da Vita e Leonardo nel sottoscala, insieme a libri, biancheria, roba di vario genere e due grosse brunnie zeppe di bottoni di ogni sorta, foggia, dimensione e colore. Il quadro si trovava addossato al muro dietro quel mobile. Due punti non-morti.

Conoscere: che parola! Già in sé grandiosa, nel suono, nella pronuncia, piena di meraviglie, di inviti; la prima trasgressione nella prima puntata di un mito in partenza sfatto e impastato di profonda tristezza, miserando mito creato per essere subito dopo oggetto di punizione, per sfogare chissà quale risentimento e sul quale indirizzare fin da subito un'ira punitiva che non ha logica spiegazione, seppure nell'ambito e con evidenza palese anche ai ciechi trattandosi di un personaggio inventato già astioso e collerico; terra e costola con annesso subordine, in assenza di ombelichi, che contornandosi in seguito di altri miti di simil fatta, ammugghiannusi 'nta un 'mrogghiu dopu l'avutru, con inverosimili, facilmente sbugiardabili, macabri, cruenti, banali racconti e menzogne d'ogni tipo, ha reso ottusi i cervelli umani frenandone ogni slancio, impedendone il normale divenire, cioè una lesta e onesta evoluzione con suolo, acqua, aria, animali e piante, anziché, così come è avvenuto, inzuppare ? con godimento che è aspirazione alla morte ? di pianto questo asciutto sommario di un interminabile elenco di forze vitali. La valle... e il resto lo sappiamo.

Conoscere, due punti non morti. La conoscenza ha dentro di sé la spinta a praticarla, a sviscerarla, aprirla, sezionarla, prenderla sotto le ali, farsi sostenere e con essa imparare a volare e se necessario a cadere per risollevarsi forti più di prima, irremovibilmente contrari a gratuiti, inutili, stupidi divieti. La conoscenza!

I nemici della conoscenza: l'angheria come mito. Un sorriso all'incontrario.

Dal rosso all'avorio, tra parole e immagini, i libri di questa ragazzina, cugina di secondo o terzo grado, figlia e sorella di falegnami. Il padre me lo ricordo con le dita marroni, quasi nere, e delle trasparenze rossastre, tinta mogano, come era in uso chiamare quel colore diffuso e versatile; a causare il viraggio delle falangi, impregnanti e vernici usati in una vita di lavoro e che ormai facevano parte della pelle come tatuaggi; il fratello, che aveva una quindicina, forse meno, di anni più di me, era colui il quale mi metteva a disposizione il legno che mi occorreva per telai ? le tele a casa mia non mancavano ? e supporti vari, come compensato, truciolato, anche tavole, scarti che non utilizzava se non per far fuoco e che a me invece tornavano utili. Quanto mai utili. C'è uno strano piacere, uno stimolante sghiribizzo d'eccitamento creativo, che mette accento e scioltezza alla via del trovare, che dà l'innesco ai botti dell'invenzione e dell'esecuzione, nell'adattare le idee ad un formato fortuito ? al caso, al rimasuglio, al trovato ? anche agli scarti che verranno, fino ad arrivare a quel progetto e quell'impresa che nel gioco dell'eterno ritorno sarà l'arredamento totale e totalizzante in Modulo 4, nel 1980; il negozio che, dalla porta d'entrata alla vetrina, dal banco alla parete-scaffale, le luci, il proiettore, il vetro smerigliato, i pesanti corpi scuri in plexiglass dell'esterno attorno alla porta, sarà l'individuo che sono, io e il mio corpo, con la mente al di fuori del corpo e che lo contiene; il mio pensiero di allora fatto materia, a vent'anni dal duemila il mio corpo di ventiseienne con dentro la testa che avrei potuto avere duemilaseicento anni prima. Non esiste più nulla; di quel corpo di legno, vernici e luci, di Modulo 4 nel grido finale di massimo splendore e di terra che genera, non esiste più nulla, tutto smontato e distrutto, neanche una fotografia; solo il progetto, forse, da qualche parte.

Dunque dei residui di un lavoro, quasi come scrivere su carta usata. I residui di un lavoro preordinato, una vera rimarcazione, non l'ultima sponda lessicale di un sinistrorso milionario bell'e andato. Èureka, eurèka? Un uomo e una donna al chiaro di luna.

Stamattina, 29 giugno, ore 8, al bar, davanti a un caffè e una brioche, un giornale verso il quale preferisco non usare aggettivi, nel lato destro di una delle pagine un titolo che cita Shakespeare ? avrebbero fatto meglio a lasciar perdere ?, un certo Gallo, la riproduzione della tela di Friedrich tagliata in alto e in basso, il che dà al quadro un'apparente distorsione in lunghezza, ma questo a chi doveva scrivere meno per lasciare il giusto ? il suo ? spazio all'immagine è difficile da far capire. Nell'articolo ? su carta ? si parla di un libro ? di carta ? che parla dell'ultimo albero. Libro di cui l'autore, avendolo scritto, si augura di vendere il maggior numero di copie, con l'uso conseguente del maggior numero di tonnellate di carta. Di alberi. Non ci siamo. Non va bene, non è corretto.

Ma andate su in collina!

Tempo di Demeter sarà quello che partirà domattina.

Con freddo, neve e vento siberiani. Nelle giornate ? settimanalmente una o due ? nelle quali i miei genitori si spostavano a Palermo per lavoro, io andavo a stare da mia zia Margherita; in caso di pioggia insistente che nei pendii periferici delle vie non asfaltate ? ancora tante quando ero bambino ? diventava corsa di torrenti d'acqua e fango, mia zia, con preghiere e gesti propiziatori, come quello di gettare foglie o rametti di alloro dalle finestre ? suppongo che avessero avuto una qualche benedizione, oppure perché la pianta è attributo di Apollo (siamo nella Magna Grecia), collegata quindi al culto del dio del sole ? s'illudeva che smettesse di piovere. Le religioni sono fatte di questo: credulità, speranza, paura, tradizione che perdura perché la continuità è obbligo, preso per rassicurante anche quando non lo è, mancanza di connessione tra causa ed effetto, istinto magico, sottocultura magica, furbizia e convenienza di chi nell'ingenuità inzuppa il pane quotidiano e non solo il pane.

Quotidiano? La gente che faticava si ostinava a credere ? perché glielo inculcava qualcuno nero dentro e fuori traforato di sanguinolenti pizzi ? che venisse dal cielo. Bisogna capire che il cibo è dato dalla fatica e non dalla magnanimità, dall'umore, dalla misericordia, dal divertimento di chi, come apparizione fabbricata e così accettata dalla mente, non facendo un tubo da un'eternità, se la gode spaparacchiato passando da una nuvola all'altra, da un gruppo di asessuati angeli a un altro gruppo di angeli asessuati.

Il rumore stordente di ciò che non è errore ma tale ti convincono a considerarlo, di ciò che non è colpa ma questo scampanio in caduta libera ti fanno sentire, quindi querula penitenza prima, inchino a seguire, poi punizione, e, dopo prosternazione, perdono; che circolo nefasto! Che guinzagli, che catene cerebrali. Quanto è compatibile il caldo con un c

Evento organizzato da: 11Dreams Art Gallery Via Rinarolo, 11/c Tortona

Sito web: www.sicula.com

Locandina o altro allegato: link all' allegato

Note:

Segnalato da: Feliscatus

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