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a Tortona dal 18-11-18 al 02-12-18 :

 Locanda 11 Sogni, da Gaspare Sicula a Feliscatus a Sostra

 In esposizione 32 locandine delle mostre fatte negli ultimi sette anni

11Dreams Art Gallery, Via Rinarolo, 11/c, Tortona, (Alessandria) [vai alla mappa]

dal giovedì alla domenica ore 16,30 -19

Ingresso libero

Ho girovagato poco fisicamente, molto con la mente; e mi basta, non mi basta, mi è bastato.

Milano-Palermo, Palermo-Torino.

Nuovi fogli – il retro del biglietto/carta d’imbarco del viaggio in Sicilia, andata e ritorno, trascrizione del 30/5/18. Mostra di fogli, posti di sosta, corpo a due dimensioni. Tra un viaggio e l’altro in spostamenti avvenuti non in assenza d’aria, oppure per luoghi combinati – io dormirò, come se fossi in treno, con i suoi e miei cigolanti infissi sotto corrente – ma volontieri accettati in un luogo assente della dimensione del pensiero, di cui il pensiero spinge a privarsi e su cui lo stesso invita a costruirsi; con pressione artefatta lungo un piano di oblò doppi e suoni sommersi.

Conveniente nel prezzo quell’incipit motorio – di gran lunga preferisco quelli che si avvalgono di piedi e scarpe –, in virtù di prenotazione e acquisto fatti con largo anticipo sul giorno di partenza: benché le nuvole viste da sopra… No, triste e surreale, surreale e triste con lo scricchiolio delle ali implumi – le avesse avute Icaro! –.

E ritorno all’indomani; già, perché? Il viaggio si chiama instabilità di parte, la poltrona si chiama irrequietezza; vagare si chiama il dormire. È l’irrequietezza la mia comoda poltrona, questo nome le ho dato, uso le molle per saltare anziché sedermi, e il rosso velluto per assorbire il dripping con piedi di sangue. Graffi, ferite, tagli e sfondamenti; ma continuo a saltare, urlando e biascicando che saltare si deve, addosso a crimini ed escalere, suonandole le sante ragioni. Pigiandole le uve nere raggrumate. Mosto cotto per Polifemo. Ceci e frumento per Demetra. Il tempio di Poseidone è a testa in giù. No, è veru, unn’avi risettu. Da e a u, a freccia di Amazon vulata cu sbarigghiu. Era solo un capello ad arco, che ho ritrovato appena più su, tra comoda e poltrona, dalle 18,30 del tardo pomeriggio a qualche ora prima della tarda mattinata: indietro come i gamberi, diceva qualcuno, a ritroso con la parola, con essa si può. Il capello del meriggio, uno dei tanti – quanti ne abbiamo? e quante linee sul tavolo bianco che si spacciano per capelli? è questa la peluria dei muri su cui uno che metteva in bella copia Morandi passava il gran tempo? e che – figuriamoci – fu chiamato a giudice, da una fantesca malata di nostalgia, dell’operato di un novello milanese le cui forme vivide e vivaci, greche, o arabe, diventarono, in altrui mani, miseri, pruriginosi laici altari di bianco vestiti, con qualche scarabattola in composizioni da equilibri liceali e sospiri di bocca e non di visceri da melò bianchi e neri – solo intermedi, neutri grigi – anni ’50? Che salto conformista da Bacon allo spilungone di Bologna, il cantore della polvere – dicono gli zuzzerelloni della parola –, mentre altri seriamente la polvere l’usavano davvero, magari impastata non con vino annacquato in aerosol ma con la gelatina bianca d’ingestibili pennellate.

D’un salto, quindi, dentro; all’interno dei 4x4x3,70, stavolta fisici, gli unici dati, così ho deciso, certi, misurabili, concreti; dati che hanno, appunto, una misura reale, rilevabile con poco quasi nulla – poco senza arrivare al nulla –, ma è lì, in fin di storia che bramerei esporre tra effusioni e deliquio, volontà in potenza ma non necessaria, trasparenza di fatti e nullità a righe orizzontali. Larghezza, lunghezza, altezza della 11 Dreams, della 11,70 Dreams. Avrei dovuto dire quei “20” per i cinquanta omessi, ma io, negli anni Venti, non c’ero – forse sì nella mia futura gioventù, ma soltanto come proiezione e un po’ cresciuto – perciò dico quei ’70: dal ’71 al ’79, all’80 non pertiene l’apostrofo, l’80 non mi piace, come non mi piace l’81. L’ottantadue sì.

Ora trascrivo, a partire dall’aletta colore avorio vecchio – se anziché cellulosa fosse intonaco acrolito, avrebbe altezzosi punti di muffa, acuti e gravi perché tali sono quando in alta considerazione di sé, bianchi e neri perché dentro noccioli di pesca e a cavallo di punte di riccio, e limone, e acqua di mare – incerottata, ferita, lussata, staccata, incollata al resto; di giallo pallido è l’aletta, per unirla alla smorfia di viscido olio con l’aiuto della quale assume valore e funzione di tasca di talco, mediante uno e più pezzi di scotch cartaceo inchinato sul giallo, pallido di colore e trasparenza; a sacchetta silenziata, guarnita di un nastro a indice, corredata da decorazioni e onoreficienze chiuse a chiccessia, maschera per muri con settecenteschi nei di muffa a trompe-l’oeil, e cerei visi, e farinose vite.

Parente prossimo di quel nastro adesivo che ancora arrotolato ho inserito sotto l’aletta-sacchetta per ovviare al riflesso della lampada sullo scritto a matita, palmi e palmi, metri e metri, raccolti non in preghiera ma semplicemente in attesa di un lavoro di legante; ecco, la vita dello scotch è tutta qui: non nasce per morire e risorgere; è arrotolato, all’occorrenza si srotola, e quando finisce – di nuovo semplicemente – finisce, nient’altro; a un collante non serve l’aldilà, allo scotch non occorre l’aldilà dei nastri adesivi. E così, senza il fastidio del riflesso, a ben leggerlo viene meglio, comodo senza contorsioni di collo, superando altresì l’ostacolo del tratto già chiaro, lieve di una scrittura ch’è tale quand’anche in alcuni punti calcata; Ma tentare (o cercare) di ottenere un tratto scuro, addirittura (non è possibile che un miagolio diventi ruggito) nero – da leggere verso sera con luce solare: perché? Perché sì –, con una matita dura, è come tentare di cavare acqua da un sasso asciutto – na cuticchia cavura di suli – e caldo; ho visto una carbonaia che ristorava i propri piedi con un mattone scaldato sul piano di ghisa di una stufa accesa. Vidi, molti anni fa.

Tu premi ma il grigio ha quella caratura, metti sulla bilancia più materia ma il peso è sempre quello, non riesce ad andare oltre. Il grigio annacquato, che potrebbe essere traslucido e non lo è, tiene banco, quel blando e rilasciato banco, e non lo molla, non di noia è fatta la detenzione runni s’agnunìa l’abbandono – chiù tardu scrissi abbannunu, il siciliano è pieno di u –, di spazi utili e vuoti (ampi!) ne trovo sempre meno, non ci trovo simmetria, scrivendolo ancor meno: la muscolatura già senile del grigio. Ah, una parola, decentrata (appena), costretta tra parentesi; vecchio a diciott’anni.

Voglio del nero in più! Ma invece insisto, ad usarlo questo grigio tecnico da abat-jour da tavolo, un grigio flaccido di passi strascicati. È farsi violenza; oppure entrare appieno nel senso di una parola leggibile o no, accomiatata anziché no. Scrivere – con la c francese arrizziata dalla cediglia –, crivellare il foglio di segni mi sfinisce, rivivendo le parole. Nel fluire di apici e di curve angolari – respirando nella corsa lettere e sillabe – e pezzi di suoni in formazione tagliati di scatto, di netto; recisi, come voltandosi si recide una folata di vento, trascrizione del 18 settembre, smetto.

Voglio tornare alla pittura. Ma cosa dipingere che non abbia fatto già e che perciò non mi annoi? La pittura, il gesto pittorico, il consumo pittorico, la fatica pittorica, – stanchezza! La stanchezza conseguente mi darebbe l’aria che ora mi manca, questo luogo di pianura, magari lo sento rarefatto di montagna, le cui pareti mi danno angoscia; la montagna: quel colpo di piatti frantumati nella prima sinfonia di Mahler e di Dimitri Mitropoulos, quell’impennata, nei Frankenstein scossi dal vento, dalle pale di un vento costruito e diretto come se fosse un’orchestra con ondate di asincronia.

In un sogno che trasuda angoscia si cerca di urlare ma la voce per farlo non c’è modo di trovarla, e tutto rimane lì, smorzato, un diafano grigio di campane lontane, in cerca di una sua temperatura corporea, un grigio scemato che non è argenteo e non ha un suono argentino, un grigio di tono slavato, né sano né malato, diluito in un risveglio ansioso. Un grigio senza vita e senza quieto vivere, che si biforca in due grigi della stessa qualità e intensità di voce, uno rimasto nel taglio del sogno interrotto ancora sanguinante, l’altro impigliato nell’agitato risveglio senza ferite aperte. Questo grigio non sarà mai il grigio che nel bianco e nero il rosso – carico come un asso di coppe –, nella sua volontà di potenza e gli occhi di fuoco, è in grado – alto grado – di picchiare a precipizio e stendere in permanenza.

Corpo di matita: un punto. Corpo di penna: un punto. Bachelite di biro e anima metallica in corpo di legno. Dura grafite, nero inchiostro. Sto scrivendo adesso i testi, ma farò la mostra tra un anno; questo il titolo che avrà: “Da Gaspare Sicula a Feliscatus a Sostra”, se sarò ancora vivo, se invece sarò morto si chiamerà: “Da Vivo a Morto”. Non sono morto, oggi 14 giugno 2018, nella proiezione ortogonale e nella teoria delle ombre, dove? in un tubetto di terra d’ombra.bruciata, con un punto in mezzo tra terra e ombra, terra-punto morso ombra, che due ore fa ho usato, ancora qualche rigo e sarò non-morto. Mi accontento di quanto detto, irripetibile è quel quanto di materia e sfumato che unisce ombra e bruciata.

Haematites, un giorno dedicherò una mostra a queste piccole tele dei primi anni duemila. La mina dura mette ansia. Con la matita morbida devo dosare accuratamente, centellinare la forza delle mani che si muovono consce di sé scivolando senza paura sulla carta, disegnando il buio quando questo occorre, e per contrapposizione la luce se al buio è vicina e del buio è complice, essendo il buio l’anima della luce.

Uno, due e tre: pronti, via! I cavalli non-morti sono partiti.

Ho cambiato matita. Mi sono stancato della 2H. La 2H mi ha stufato. Ahh! Ahhh! Respiro.

Benvenuta Office HB.

Benvenuto cappello di lamiera e gomma.

Benvenuto nero del legno. Se fosse stata B sarebbe stato meglio.

Ci accontentiamo. Accontentiamoci.

I dodici fascicoli de “L’Arte Moderna” di Argan hanno un pungente odore di vecchio. Riproduzioni di scarsa qualità. E il testo, che noia! Spazio, tempo, luce, ombra, pieno e vuoto, composizione e movimento. Che sonnolenti frasi, che opportunistici, meccanici, insipidi, sterili vuotaboli– neanche bugiardi, nel disimpegno di questa scrittura non v’è da smentire alcunché di fandonie, solo rassodata insignificanza –, frasi grevi di sali e di sucu, nonché ai loro occhi, di Argan e compagnia, con tutto il loro “impegnato” dire, veritieri piagnistei di parole. Leggi e non capisci; perché non c’è da capire. Leggi e non rimane nulla. Solo stucchevoli barocchismi stettacchiati in un prima e dopo che potrebbe essere dopo e prima, biglie e palle di vocaboli da estrarre a sorte in una partita persa con la pittura, la scultura, l’architettura, e la banale e pedante impostazione, suddivisione, ripartizione dei cosiddetti testi d’arte: al macero tutti i testi d’arte. Che con un ottavo di cartella, mezza cartella, una cartella, due cartelle, credono di spiegare la vita di un artista. In quella superficie regolare di misurabile carta credono di arginare, sbarrare, contenere, esaurire “illustrandola”, perimetrare con precisione, racchiudere con scienza la vita e il lavoro di un artista, che sguscia, si dimette e si afferma, riafferma che vita è incontenibile, o c’è o non c’è, vivi e lavora. Che preghi? Ma quali testi d’arte? Non orare il niente, perditempo dietro al nulla! Vivi suolo e terra, non figurine di bigi e tristi cieli. Vivi, momento dopo momento cardati, momento con momento giuntati insieme o prestamente separati, caotici pacchi di istanti, agglomerati di momenti, come di atomi, attori che recitano, scrivono una parte dopo l’altra, arrancando, da quattro gambe a tre, senza freni in cerca di enigmi, atomi recitanti che cozzano scheggiando il tempo, piegandolo a sé. Basta.

Per coloro i quali non valgono – i potatori di colori – neanche una parola intera occorre, metà forbice è sufficiente a tagliarne mezza. Agli artisti che sono tali – non perché essi (con le esse maiuscole) lo affermino, ma perché così è, c’è il gatto anche quando non c’è (la sua s ha il suono felpato) –, non bastano tutte le parole di questi signori dell’artifizio (il posto giusto per la z della c francese e spagnola, illuminata da una danza foxtrot su un cuccillatu scuru rintra e di carnivali, con glassa e paparina, ficu sicchi, scorci di mannarini e mennuli atturrati, le maniche della maglia nera sotto la tonaca biancofumo), non solo di ognuno di essi, ma di tutti gli appartenenti alla congrega. Cinque non: in questo caso con le nocche curve, genuflesse dita di mani incapaci, oppure esperte di servitù e devozione.

I cavalli sono partiti!

Perché portate i cavalli a correre sull’asfalto coperto di sabbia? Lasciateli correre, ma sulla battigia. Lasciate che corrano, ma vicino al mare. Non corrompete il cavallo di Nietzsche con le vostre feste patronali. Lasciate che i bambini corrano con i cavalli in una corsa vera, mai in una finzione che surroghi il rumore degli zoccoli percuotendo i fianchi col palmo delle mani di bambino-cavallo. L’ora di Nietzsche, a scuola, anziché l’altra, menzognera e dannosa, intossicacervelli.

Non è una mostra di dipinti. Neanche di disegni, e nemmeno di sculture. Non è una installazione; che poi, la parola installazione – tredici lettere in una sballata e confusa sequenza –, è una brutta parola, non mi è mai piaciuta. Adatta a tutti e perciò impersonale, priva di un significato cui prestare attenzione, a cui dare un senso e dal quale partire per meglio comprenderlo. Ma cosa si vuol mai apprendere da questo terreno cuncimatu cu ‘ngagghi? Fosse almeno sostanzioso e rinvigorente letame! Tutti possono fare una installazione: il non è mai – non è poi! – troppo tardi della pittura, di tanti nuovi paesaggisti della domenica che riempiono sale e luoghi “colti”.

È di per sé indigesta la parola installazione, e in genere indica atti e fatti di poco o nullo valore, materia di scarto non riciclabile, inquinata da un pensiero solo apparente perché altri sostengono che il pensiero ci sia e la volontà non manchi. In realtà manca come il pensiero, vacuo e non peggio se, qualche volta – raramente –, l’accettabilità viene sfiorata. Forse per sbaglio.

Tossica, questa materia d’esubero, messa lì con la pallonara intenzione di limitarne altra – vil metodo equipollente: milioni di libri fatti di carta, perciò cellulosa, perciò alberi, per protestare scrivendo e pubblicare protestando contro il disboscamento selvaggio, questo, grasso e a modo, diceva un poeta, hitchcockiano prima di Hitchcock, in certi casi melenso ma con momenti di opportuna e razionale, selettiva e non “surreale” lucidità; ogni giorno quanti sono i libri che non avrebbero dovuto essere stampati e messi in circolo in quei luoghi di tante parole utili e tante inutili che sono le librerie? Un fottio.

Quando si legge un libro, porsi queste domande si deve: Potevo farne a meno? Ci avrei perso? Ci avrei guadagnato? Né perso né guadagnato (quanto meno il tempo per leggerlo e il costo pagato)?

Quella spazzatura, dentro la quale siamo immersi fino alla gola, che sta soffocando non solo noi, anche tutto ciò che di vivente e non vivente ci sta attorno, sopra e sotto – senza colpe e senza idee di sonori inferni punitivi nella genesi di questo mostruoso e devastante soffocamento –, e che hanno, loro, i colossi capoccioni che tutto dirigono, l’arrogante stoltezza – frase stolta: (che distruttiva frase ho letto oggi!) “La Terra è inesauribile, siamo noi limitati”; chi l’ha detta? Un astronauta che se ne va in giro in tuta, tra scolari, animaliste fasce con benedizioni addosso e bande tricolori d’accoglienza, le cui parole le ha riportate un giornale locale –, che hanno, sempre loro di cui sopra, nel trascendente ghigno la supposizione di dominare, ridurre, coordinare, contenere, annullare no, non arrivano a tanto, sorreggendo invece, e dandogli fiato – dopo ad altri averlo tolto – quegli opportunistici, cinici cervelli di nefasta portata che porteranno alla inevitabile fine senza vie di ritorno con leggi e altisonanti leggii per errate leggi. La massa di resti della abnorme e sconsiderata produzione di beni di consumo sostitutivi di altri appena consumati ci assediava, una volta, ora inizia a coprirci, a limare la nostra interità e scorticare l’integrità prima assiepata – siamo senza parti di noi – riducendo a vista quel che di noi resta; e sprofondiamo, noi, in queste malsane sabbie mobili, impastate, per alcuni, con la deviante consolazione dell’aldilà – responsabile di gran parte di questa catastrofe e che contro tutte le forme di logica continua a signoreggiare nelle loro menti, assai per abitudine e convenienza e assai poco per convinzione, quasi niente per osservante dottrina – elargita a beneplacito e soddisfatta goduria, in adattata tinta accessoriata di ricchezza e ricamate cotte travianti, da quei panzoni che hanno di tutto ingurgitato, in secoli e secoli di agi spudorati e monumentali sprechi, ogni cosa vomitata, poi di nuovo voracemente divorata in un pastone-emblema che è prodotto e scoria, alimento e rifiuto.

È una mostra di non: non è questo, non è quello, né quell’altro; ciò che è in esposizione non è stato da me dipinto, disegnato, scolpito, fotografato. Sono fogli di carta in A3 le cui raffigurazioni in stampa – una o due, in un caso persino tre in un foglio – riguardano lavori che rappresentano cicli pittorici, plastici, grafici, fotografici ai quali ho dedicato periodi di tempo di concentrazione attiva, seguendo, questi, fasi di oculare baldanza e diagrammatica preparazione certamente più lunghe, nelle quali costruivo mentalmente, pezzo per pezzo, impostazione, materiali, dimensioni, tecnica, durata, quantità, financo allestimento di ciò che mi apprestavo a rendere toccabile, visibile, allestibile nella sua completezza e interezza. Una bella avventura, una eccitante serie di avventure con Gaspare, e i nomi-cognomi che ne sono stati il seguito sostituendolo, in avanscoperta, corpo centrale del reggimento, retroguardia, coordinat

Evento organizzato da: 11Dreams Art Gallery Via Rinarolo, 11/c Tortona

Sito web: www.sicula.com

Locandina o altro allegato:

Note:

Segnalato da: Feliscatus

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