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a Tortona dal 05-05-19 al 19-05-19 :

 Strauss

  Diipinti a olio e pastello su legno e carta dedicati alla musica di Strauss

11Dreams Art Gallery, Via Rinarolo, 11/c, Tortona, (Alessandria) [vai alla mappa]

dal giovedì alla domenica ore 16,30 -19

Stanotte, verso le quattro, ho pensato a Strauss. Senza alcunché di preparazione, di punto in bianco; né la minima avvisaglia schizzata dall’andatura china con volatili passi “nell’inscurità” di labili viottoli o dietro solidi e stabili tragitti di mnemotecnica; silenzio – c’era già – e, appunto, ad un tratto Strauss, che col silenzio ha assai poco a che vedere. C’è però quella esse che avanza punto, punto, punto Cu silenziu ra notti avi picca a chi viriri, dittu ’nsicilianu. Naturalmente mittennuci a notti. A meno di una o e di una u, come anagramma di Sostra. Anagramma imperfetto – solo per questo? Sì, mi ritengo appagato; soddisfatto sono –: Anagrammavo, disteso e sveglio, coperto ma come sempre nudo, come un animale, d’estate e d’inverno, stamattina (mi trovo più a mio agio a chiamarla così, a darle questo improprio nome), tra l’ultimo sogno della notte e il sogno in attesa (quale genealogia avrà?) “del mattino che verrà”, in forma e costruzione; morale della notte: dopo di me il mattino, e dopo il giorno il buio – lungo l’impronta iniziale di Sicula; la linea serpentina nella tavolozza di Hogarth col carlino, da H ad H; Tavolozza, tavolozza! Ovali annunciati, allora dissi y scrissi, abbattendo scenografie, meglio immateriali quinte di vacante, poco pesante, tutta velata tremante materia e piramidali prospettive di facciate intavolate, appartate tra prosaici stucchi cascanti, terremotate tinozze d’acqua piovana e lavandaie matrone trasteverine –. Il miracolo, che alcuni risparmia e altri fa morire sepolti da macerie! C’è ancora molto da costruire nella testa di tanta gentesca che casca e ricasca nell’assurdo, come conigli presi al laccio sì di rame cotto mentri vannu ’nto trippiaturi; o tornano cuntenti. Non c’è spazio per il piacere, solo l’acuto grido di dolore, l’ottava nota, il do con la i posticcia ha campo libero, sulla sofferenza si ricostruisce il crollato culto: le case possono aspettare. C’è tanto ancora da edificare nella testa della gente, la gente che… Ma poi, a che pro? Per averne di ritorno che? Eh? Gatti, pipistrelli, rane, cavalletto contro leggio, tela su tela, margherite, gatti; cravatte. Tavolozze di lillà; gatti, di vuoti e di pieni: Il nero che non dipinsi, quella prospettiva di mano, che da giovane usai; così, spesso, con essa, competenza e abilità pensavo di misurare. Pieghe e nocche, curve e luci, scorci e proporzioni, trasparenze e contrasti, incavi e rilievi, chiari e verdi di corpi esangui in un da poco patentato artista nel suo casciabbanco faggio che diverrà ispido e salino castagno di danzanti bolle. In un luogo polifilo il cui vero nome era Modulo4. La testa che cammina. Era necessario dare riconoscibilità allo strumento, quand’anche nella mancata interezza: connotati in realtà – fino a che punto? – mancanti – in altezza? a caso una nota e mirata (che ossimoro!), oppure qualsiasi fossero esse, dicasi le altezze, le stravaganti e abbondanti altezze, istoriate in tempi andati? comandate? feste andate a male? carne scatolata e purulenta? – ma identità salva e buona condotta condannata. Nella rimozione di una parte. Quale legno o metallo? Non è detto che in cima ci sia la testa e in fondo i piedi. Passabile, questo, per quanto riguarda gli umani. Bosco ne ha costruiti di corpi mancanti di proprie parti: ognuno di essi potrebbe diventare un mito, una credenza, una divinità figlia di divinità, che nasce, muore e risorge, nasce senza nascere e muore senza morire. E risorge, ovviamente senza risorgere, che credenza preistorica, senza punto e punto e virgola, è insopportabilmente enorme il baratro di questa persistenza, e porterà alla rovina di un concludente in-conclusivo crollo, della dormizia eterna, la “in” – tre apostrofi erano troppi – della scurità perenne, senza giocattoli paradisiaci e stupiderie simboliche. L’en plein air ha spazzato via tutta la pittura di questo genere di consolazioni mortifere e tristi. La testa degli umani ha fabbricato la plastica; sì, sorridendo alla conquista, coi suoi equipaggi segnati e armati l’ha messa in circolo guardandosi bene dal piegarla a sé e strappare da sé dopo l’uso quest’idea bianca e soffocante. In uno strozzamento da grovigli mentali, la fine di tutto, e spazio, quando sarà, a esseri che godranno la vita anziché odiarla, vivranno in realtà senza garbugli e non in macabri oltremondi di loro truce invenzione. Spazio alla vita senza uno scopo, senza un fine, senza un perché. Lo scopo è la vita stessa, il fine è la vita stessa, il perché è la vita stessa. Provate a contare quanti morti ha generato, millennio dopo millennio, tra gli umani l’idea dell’oltremondo. Provate adesso a pensare a che tipo di utilità abbia potuto avere questa idea deformante: nessuna. Solo una ristrettissima cerchia ne ha beneficiato, quella che su tali invenzioni da sempre lautamente ci campa e sguazza, tra spudorati lussi e compiacenti artisti. Tolta la pancia, tolti i polmoni, le interiora, vagina e fallo, ma la riconoscibilità è salva da cima a fondo. La cassa armonica non serve in un suono immaginato, che è vivo nella testa, tra varie corde interrotte da due file di onde. Nel corridoio tra due ondulate pareti di legno, la continuità che manca, la non necessaria descrizione, il non necessario suono: è nel sorriso del mare che a sorpresa si ritrova la musica. Noi, acqua nell’acqua; lì ritorneremo. Noi, non polvere alla polvere – il gallo ha alzato la cresta in queste parole tristi tristi –, ma acqua pulita in quantità in acqua pulita in quantità. Noi, non acqua lorda di peccato da lavare, ma acqua dolce e acqua salata con le salubri squame, di rettili e pesci. Il mare, il Cavaliere “senza” rosa di Strauss. Gli fa eco il nome di quel fiore assente. Ei fu: musica a programma; dopo di me il di… case su case e acqua sporca. Le nozze di Figaro. Il teatro, l’opera. Le Alpi sonore di Strauss. L’aria di montagna di Nietzsche. Dal davanti in riflessione al suono secato. Non si trattava di particolare riflesso, bensì di interezza doppiata da duplice luce. Nella Torre di Babele di allora, una breve porzione di mare; oggi l’orizzonte e il suo doppio virtuale capovolto si tingono di nulla. Tra l’uno e l’altro, tempo e spazio di ciò che fu, e lasciano emergere, ognuno per proprio conto, ciò che ora rimane; tengono, uno emerso, l’altro sommerso – prendendo, di quando in quando, uno il posto dell’altro, il primo il posto del secondo che diverrà primo e viceversa –, quanto ancora da rosicare miagolando per affilare i denti. Quanto ancora da abbattere con l’acqua salata del mare – Salt-Theatre –. Il suono da far tacere. E da cancellare. Così sarà silenziato. Così sarà cancellato. Così saranno cancellati colori e suoni che rifiutando l’unico mondo vero fatto di materia, di terra reale, vitale, mondo di carne e ossa, gioioso se lo si vuole, inducono, con le loro inique armate di subdoli forme, colori, suoni, parole, agli oltremondi di lugubre invenzione, millenaria monotonia, mortifera fantasia, immateriali e fasulli sotto le insegne di sofferenza, dolore, rinuncia, perdizione, peccato, spedizioni punitive, cappesante d’oro. Via, buie volte che tanta sofferenza si sono compiaciute di guardare – è quella, insieme all’ignoranza, la patina del trapassato che copre vetri, tavole, tele, marmi, intonaci, ori, ricami, argenti, bronzi e legni –, che tante speranze malriposte tra freddi puntali di archi hanno accolto! Di nuovo o e u. Welcome aria aperta! Welcome! Welcome to my house Mr Harker! Bienvenu, vent’anni prima. Welcome primi anni Settanta! Tra La nascita della tragedia ed En plein air! Quali errori hanno fatto sì che tutto questo venisse dimenticato? Come è stato possibile che gli umani abbiano messo da parte il patrimonio che allora fu loro dato? non rinunciando a credere, almeno una parte di essi – e, cosa ancor più grave, alcuni tra coloro i quali hanno in mano le redini delle direzioni da prendere e delle scelte che tanti poi vengono costretti a fare –, alle assurdità paradossali e frenanti che anche una dose minima di cervello dovrebbe riuscire a riconoscere come tali? Come possono gli umani da un canto andare da un pianeta all’altro, dall’altro rimanere ancora abbarbicati a tali stupidaggini? Quale salto permette tasimi incongruenza? l’è? È, minuscolo e maiuscolo sono invenzioni delle paure comuni agli umani. Le paure di morire e sparire. Su queste, menti fameliche campano; sulla paura del buio e della dimenticanza gli imbroglioni hanno costruito la loro miserabile (pure la questua!) e smisurata ricchezza materiale, non di favola come le loro stramberie propinate agli ingenui che ancora credono alle nuvole parlanti e ai pomi indigesti. Di ogni strumento ho dovuto scegliere quale parte mantenere visibile e quale, tra le due file di onde – una fila reale e una virtuale, cioè l’immagine riflessa –, far sparire, cancellare, diluire nel passato, diluire no, far assorbire dal nulla che è il passato. Strumento per strumento ho attraversato, sorvolato, saltato, superato i problemi formali che man mano venivano a porsi. Fino a quello, al quale pensavo fin dall’inizio, e che fin dall’inizio vedevo non come problema da risolvere; era, invece, una forma felice da disegnare, che, a sua volta, forme in movimento disegnava, non linee ma suoni: la bacchetta del direttore d’orchestra. La parte superiore con riccio, cavigliere, capotasto e una parte della tastiera; quella inferiore con bottone, cordiera e tavola armonica fino al tendicantino. Questo per quanto riguarda il violino, la viola, il violoncello, il contrabbasso. Il clavicembalo e il liuto hanno corpo di gatto oppure di ratto per cassa di risonanza. Mi è stato suggerito da un pianto, un lamento, un canto d’amore, un dialogo serrato tra due gatti, e da uno scricchiolio proveniente da dietro una tenda, un rosicchiar di topo. Il primo rumore, anzi il secondo, anzi il terzo, del primo giorno; della prima mattina del primo giorno, del primo anno: un quadrato di carta che cadde, do e via. Re. Un segnalibro stampato e scritto, per segnare non una pagina ma l’apertura tra due pagine, due qualunque tra più di duecento, h.i.m., in queste “ri” – H, ospedale, silenzio, parole di testa di un vecchio opuscolo di poesia che ogni tanto mi tornano in mente – “la storia, ah, la storia!” ci sono alcune punte, ma molte pianure tra loro simili nella lettura e nel ricordo uguali. Punte stuzzicanti e non dolenti di un passato perduto, di occasioni mancate, di proficua, solitaria indipendenza, di romantica attesa: ottant’anni giusti, dal ’16 al ’96, da rivivere, decennio dopo decennio, togliendo le amputazioni e aggiungendo l’anestesia. Ottanta che con l’uno seguente iniziano a tornare o col precedente sono già tornati. È già sabato! è già venerdì, è già giovedì, è già mercoledì, è già martedì, è già lunedì. Già. Molta strada non si fa col mal di schiena. Sì verso il sol tramontante. L’astro di Zarathustra. L’impero delle luci è un dipinto da tutti – o quasi – conosciuto del Signor Magritte, che in riproduzione, ovviamente su carta, ebbimo in dimensioni rispettabili 70x100, come capoletto nella camera, grande camera da letto con due cerule finestre, della prima casa di via Cuniolo. Dove c’è la luna c’è anche il sole, disse una volta chi non si chiamava ancora Sostra e non si chiamava Feliscatus; con arance di ftalocianina dipinse una notturna tela, di otto decimetri in altezza e sei in larghezza, tutt’e due misure occupate, in gran parte della loro estensione, dal vuoto. È il sonno anche di giorno, gli premette “chiarire” usando tale geometria siderea incontro alle tinte, su spazi aperti ed elementi pochi. Se è sorprendente e straniante il cielo, del proprio diurno colore, che sopra sta alla sottostante campagna buia e notturna – per molto sopra, con le sue belle nuvole significanti, ossia le forme che prende l’aria brumosa, indefinita, dai contorni confusi, l’aria lontana dell’orizzonte, le forme rigonfie e lievitanti, tra il grigio bombato e il bianco a smerlo tondo in cui il vapore s’addensa approssimandosi, con uno sguardo arcuato e un’alzata di mento, verso la perpendicolare –, allo stesso carattere di appetitosa surrealtà potrebbe far salire l’occhio devoto dal mare in su. In realtà, vicino alla superficie dell’acqua così non è, non c’è fantasticheria magrittiana che tenga né palpabile o impalpabile visione freudiana, né curvi sogni a occhi chiusi e ciglia bovine aperte o rasoi e pugnali di Carmen andaluse: Breton resta fermo sulle sue posizioni, e quelle dei cadaveri squisiti. E perciò non torna sui suoi passi. Catene e catenelle, ganci da macellai per appendere cadaveri e sai. Due macabri millenni di gusto per la morte. Cancelliamo, mille ed ennio; gomma sulla carta, cancellino su lavagna, sbiancante se stampato, ramazza allorché scritti tra scalini di radici brevi infisse a terra e friabile armatura di pale secche (rami e puncigghiuna cull’occhi a mandorla): i ’mpirugghiaperi; il martello è ciò che occorre, trovandosi, trovandoli in litici rilievi; mille ed ennio, per farne sparire ogni ancorché debole traccia. Si riparte da capo, si ricomincia dall’anno zero. Anno di Zara-Sostra. Da ritenersi normale in una sezione verticale – l’aria e l’acqua tranciate di netto – che dal cielo passi al mare, dalla bruma all’acqua, dall’acqua all’aria. Alcioni isolotti di sentimenti, punto d’incontro delle onde, gelide acque e schiuma bianca, pelle d’alabastro – Il regno della luce. L’impero delle luci. L’intero della luce, così ho pensato di chiamare le onde stese ad asciugare dopo la vendita all’occhiello a vite, all’asta di note, le note all’incanto nell’aria fine dell’alta montagna di Strauss. Uno e ancora uno fanno tre; legna, carbone e calce, l’insieme dei bruni, l’insieme dei bianchi: bruni crudi e calcinati; nero d’ossa, nero di vite; bianco d’argento, bianco di zinco, titanium white. Arriva il vecchio Atlante. All’ocra della terra, al buio di legna e carbone, al bagno di luce di fumetti adolescenziali, quegl’impeccabili tagli d’ombre che Magnus non seppe poi stendere disegnando Tex – l’urgenza di neri fu da me recuperata e messa in Felix Willer –, perdendosi, per inopportuna riverenza, nel debole profilo di migliaia di foglie, a questo prolisso delirio di colori, luci, e suoni, di chiaroscuri veri e mancati – con annesso Frère Jacques –, si somma il blu oltremare del mare. Di manti e lapislazuli non sappiamo che farcene, gli azzurri preziosi lassamuli ’ntinagghiati. Uno strato appresso all’altro dà la percezione dell’azzurro, è l’oltretono di Giorgione, musico e pittore. Se è un fenicottero l’airone sul tetto, è della luce che annuncia la nascita. Il crogiuolo della linotype filosofale. Un dipinto a due dimensioni, per meglio dire piani, a due piani, Il regno delle luci, anche nel titolo, regno e luci, impero e luce, assente, presente, quella artificiale serve a confermare, dell’altra, l’assenza. Piano del paesaggio, sfondo su un piano verticale; anche il paesaggio, casa compresa, ha una sistemazione verticale a due dimensioni. Due stadi di colore e tono, notturno/diurno, chiaro/scuro. La profondità verso l’orizzonte lattoide cagliato qui manca. Si intuisce che dovrebbe stare dietro gli alberi, ma di fatto non si vede, quindi non c’è; ritorniamo al piombo appena sciolto di prima: due sono le dimensioni, la pittura queste ci fa vedere, di conseguenza – sempre odore di origano secco nei gomiti metallici – è così. Così si espresse l’Impero delle luci, e noi lo comprendemmo, diventammo noi, io, il pittore, e mia moglie che allora dipinsi in tanti quadri, la terza dimensione. Quei graffi, quelle incisioni, non si vestirono “di” ma si denudarono “in” significati che andarono al di là dello scopo per il quale erano stati operati, l’artigliamento settembrino schermava il calore scovando l’umore di radici di terra; sconfinando dallo stretto appiglio estetico, superava i limiti dell’estetica quale cagione e fine, ponendosi al di là dell’apparenza come fondo, superficie e proiezione, scavalcando e galoppando sopra il mondo piccolo e ancora piccolo che unito ad altri, e poi seimilasettanta volte tolto, strappato appare, il biforcuto luogo dell’al di là del bene e del male. I motivi dei graffi si sono chiusi, la realtà d’origine è stata coperta. Ne rimane l’immagine che ha rilievo e spessore d’inchiostro, in parte assorbito dalla carta; scultura d’intaglio minima minima; in su, in giù. Incavi e veri rilievi – veri altresì gl’incavi – fanno parte di un mondo a sé, di uno stato a sé stante e schermitore astrale – ivi ci si posiziona fermi e bene, alfabeto e note di mezzo da un traliccio all’altro – tra legno e legno attaccati da vinilcolla. Se ambedue contendenti, armati di bastoni e con le gambe fino alle ginocchia interrate, si volessero staccare – ah, quel nero che lì non si vede ma è nero quanto lo è altrove di scopo; ah, da muro a tela, dal fiato ad una teca, dall’odore di cucina all’odore di silenzio, non più odore doloroso di silenzio –, se si dovessero, se si volessero a forza render disgiunti, si troverebbero, sui lati già di contatto, da una parte e dall’altra, nuovi incavi e nuovi rilievi, alcuni taglienti di legante rappreso, lucido e trasparente il migliore, opaca e mediocremente bianchevole la riserva. Ma a che pro farlo? La realtà è mutevole, muore, si trasforma, l’immagine resta… finché resta, ed essa basta, finché basta. Resta (di nuovo) il suono, il fruscio, ’na sciusciatina di svista, un fugace ronzio, appena il fruscio della parola fu la f di fine, la u dell’articolo una, una fine, la fine, The end, poi la materia dice: “Questa è un’altra storia”, non la prima, non la seconda, non l’ennesima prima, né l’ennesima dopo, né prima né dopo né là, nella sana follia circolare di parola e materia. Federico secondo e primo, e l’eterno, l’esterno, l’interno ritorno. La sensazione della realtà e la sua immagine tra due lembi scostati di tessuto lavorato, perlaceo a jaquar

Evento organizzato da: 11Dreams Art Gallery Via Rinarolo, 11/c Tortona

Sito web: www.sicula.com

Locandina o altro allegato:

Note:

Segnalato da: Feliscatus

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